La Chiesetta di San Paolo

 CENNI STORICI

da: “ALBONESE – Antica Terra di Lomellina“

di Ermanno Gardinali

C’è ancora un aspetto della religiosità popolare da considerare, il legame quasi sentimentale che intercorreva tra la popolazione del paese e la chiesetta campestre di S. Paolo che è risultata sempre così vicina ai loro bisogni e alla loro pietà da secoli e secoli e quindi storicamente la più carica della loro fede.

Questa chiesetta, un tempo cappelletta stradale, è molto antica e la sua conservazione la deve, oltre alla pietà popolare che l’ebbe sempre cara e premurosamente provvide alla sua conservazione, dall’essere ubicata sull’antica strada Albonese-Cilavegna e, come riportano le antiche carte geografiche, come quella elaborata da Gio: Tommaso Borgonio del 1683, costituiva il punto d’incontro dei confini di ben tre province: quella di Novara, il Vigevanasco e la Lomellina, come vediamo meglio dal tracciato (fig. 1) che abbiamo graficamente ricostruito e che proponiamo.

Antico contado


Non potendo entrare maggiormente nel merito della sua antica costruzione per mancanza di documentazione archivistica, siamo costretti a prendere come primo punto di riferimento la data della visita pastorale del 1576 che la descrive abbandonata, con mura cadenti tanto da consigliare la sua demolizione e l’utilizzazione del materiale per riparare e ingrandire la chiesa parrocchiale che soffriva degli stessi mali ed era malmessa, come abbiamo visto prima.

Gli abitanti di Albonese, penso siano stati contrari a quella drastica soluzione e si siano opposti come ci sembra lo dimostri il fatto che la chiesetta è ancora esistente. Ma essendo solo una cappelletta stradale non essenziale per il culto e la pratica religiosa e considerando le difficoltà dell’epoca che abbiamo visto erano enormi e non permettevano impegni finanziari oltre quelli imposti dalle guerre, non intervennero se non superficialmente cercando con pochi ma essenziali interventi in economia, di salvarla dal disfacimento per cui si è conservata fino ai nostri giorni.

Per tutto il 600 il silenzio su quell’edificio è quasi totale se si eccettua l’accenno che se ne fece in consiglio comunale nel 1679 quando vi leggiamo che per “la cappella di San Paullo” vi era deputato (incaricato) un console a cui venne riconosciuto un rimborso spese.

Solo quando terminarono le preoccupazioni dei debiti e furono risolti i contrasti col Rettore e ci furono più soldi in cassa, ci si preoccupò della cappelletta di S. Paolo. Il 25 agosto 1722 venne avanzata la proposta di “far alargare detta cappella che sii capace di far l’altare (e si chiese) licenza di poter rompere la fabrica, per poter piantare di nuovo una giesetta capace di poter celebrare la S. Messa”.

Da quanto è scritto emerge chiaramente l’intenzione di costruire un nuovo edificio che potesse contenere un altare.

Abbattere qualche parete del vecchio giesiolo già diroccato per poterlo allargare da permettere l’installazione della sacra mensa piuttosto che farlo nuovo, penso che la nostra gente, anche da una lettura muraria dell’attuale costruzione, abbia optato per rifare ex novo l’edificio con l’altare incorporato.

Le diverse ipotesi che si potrebbero ancora avanzare come accettare l’esistenza primitiva del portichetto antistante ora esistente ed immaginarci il resto della costruzione a lui collegato senza ara e quindi piccolissimo, porterebbe a considerare il complesso sproporzionato nelle sue due parti e quindi diviene logico ammettere che c’era un piccolo edificio con all’interno solo qualche quadro votivo nella parete di fondo e l’edificio che ci appare ora è tutto “nuovo” o settecentesco che dir si voglia.

Ammettere che fosse sempre stato così ci sembra impossibile, sempre per la questione che non c’era mai stato un altare.

Chi ci convince ulteriormente della validità della prima ipotesi sono le due figure graffite e dipinte dei Santi Ponzio ed Omobono sulle due pareti interne chiaramente figure del XVIII secolo e per nulla appartenenti alla tradizione locale, essendo il primo un personaggio francese ed il secondo neppure un vescovo come è rappresentato, ma un commerciante di Cremona santificato e forse liberamente fatti dipingere da qualche ricco offerente che portava quel nome.

Che questa cappellina devozionale diventata, come abbiamo visto, la chiesetta che attualmente vediamo e fosse ubicata sull’antica strada Albonese - Cilavegna, lo leggiamo ancora da una proposta avanzata il 18 agosto 1726 dall’amministratore dei beni dell’ospedale di Pavia, che intendeva fare “una strada noua attesa la quasi impossibile maniera di agiustare la vechia et anche in sito più alto...” e il comune detta le seguenti condizioni “dourà detta strada noua restai libera e propria del comunità et cedendo la strada vechia dal ponte della roggia adaquatrice vicino S. Paolo, sino doue anderà a sbocare la strada noua entrando su la vecchia, et s’intende riseruata la parte della strada vechia da questa terra sino alla capeletta di S. Paolo in proprietà, raggione e; uso della comunità per andare alla capeletta nel modo e forma nell’addietro praticata”.

La devozione al Santo era indubbia, la dedicazione della parrocchia anche, mancava un atto pubblico di elezione a Santo Patrono del paese.

A chiedere questa nomina ufficiale ci pensò l’Editto del Real Senato del 24 marzo 1728 che invitò a “dar nota per ordinato del conselio del Santo tutolare e protettore de la rispetiua loro terra”per cui il consiglio “in obedienza del quale editto, resta di comune votto e parolla dato, retificato e confermato e notificato la presente terra, comune et uomini d’Albonese eleto in loro particolare Protettore e tutelare il SS grolioso S. Paullo la di cui festa celebrasi in deta terra e suo territorio nel giorno 25 di genaro cadun anno e tal notificacione anno fatto et fanno a fin che si compiace il Nostro Sig. Pod.”.

Assolto anche quest’obbligo, la gente di Albonese ricorreva con sempre più fiducia al suo protettore come successe il 3 maggio 1741 quando i nostri consoli decisero che ‘ateso a caduta brina in ieri e questa matina di far fare una processione con intervento del popolo di questo luogo e di portarsi al gesiolo di S. Paulo e sucesiuamente dar principio ad una nouena con l’espositione del uenerabile ne la chiesa parochiale e doppo far celebrare luficio de molti in sufragio delle anime purganti a fin sua divina maestà si compiace di tenerci lontano le intemperie e che si conserua nelli interessi spirituali e temporali”.

Ma si sa come vanno queste cose, ancora oggi si dice “passata la festa gabbato lo santo” e si vede che era di moda anche allora perché si tornò a parlare del nostro Santo Patrono solo il 18 ottobre 1790 in cui si rilevò che la chiesetta ‘è in stato di rovina per esser già corsi 75 anni e più dacchò intorno alla medesima non si sono fatte alcune riparazioni”.

Dall’archivio comunale non abbiamo altre notizie sulla nostra chiesetta per cui presumiamo che le autorità comunali non siano state più coinvolte, anche finanziariamente, come lo furono per il passato forse anche perché le autorità religiose locali e i fedeli vi avevano supplito sufficientemente bene.